la repubblica liberale

giovedì, 12 aprile 2007

Una delle mie linee politiche e ideologiche, è il concetto secondo cui una realtà sociale mondiale formata da microcomunità di ampiezza provinciale, cantonale, microstatale, possa, liberamente decidere se continuare la propria esistenza liberamente e indipendendentemente, tutelandosi rispeto alle altre comunità, conservando certe tradizioni o perseguendo progressi e riforme sociali e economiche, o riunirsi in confederazioni, alleanze e federazioni di breve o di lunga durata. A tal proposito, premetendo che sono per istituzioni assolutamente Repubblicane, seppur sia tollerante nei confronti di altre forme istituzionali, vorrei cittare Gianfranco Miglio e le sue tesi federaliste, e una società su cui si basavano molte sue idee Liberali, Federaliste e Repubblicane: La Repubblica delle Sette Province.

 

La fine dello stato e il ritorno al medioevo

Con il crollo del muro di Berlino (1989), il professore ritenne che lo stato moderno fosse giunto al capolinea. Il progresso tecnologico e, in modo particolare, il più alto livello di ricchezza cui erano giunti i paesi occidentali lo convinsero che negli anni successivi sarebbero avvenuti cambiamenti di portata radicale, tali da coinvolgere anche la costituzione (Verfassung) degli ordinamenti politici. Secondo Miglio, lo stato avrà in futuro crescenti difficoltà nel garantire servizi efficienti alla popolazione. Ciascun cittadino, vedendo accresciuto il proprio tenore di vita in forza dell'economia di mercato, sarà infatti portato ad avere sempre meno fiducia nei lenti meccanismi della burocrazia pubblica, ch'egli riterrà inadeguata a soddisfare i suoi standard di vita. L'elevata produttività dei paesi avanzati e la vittoria definitiva dell'economia di mercato su quella pubblica porterà in altri termini a nuove forme di aggregazione politica al cui interno i cittadini saranno destinati a contare in misura molto maggiore rispetto a quanto non lo siano oggi nei vasti stati in cui si trovano inseriti. Secondo il professore gli stati democratici, ancora fondati su istituti rappresentativi risalenti all'ottocento, non riusciranno più a provvedere agli interessi della civiltà tecnologica del secolo XXI. Con il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, si creano in altri termini le premesse perché la politica cessi di ricoprire un ruolo primario nelle comunità umane e venga invece subordinata agli interessi concreti dei cittadini, legati alla logica di mercato. La fine degli stati moderni porterà secondo Miglio alla costituzione di comunità neofederali dominate non più dal rapporto politico di comando-obbedienza, bensì da quello mercantile del contratto e della mediazione continua tra centri di potere diversi: sono i nuovi gruppi in cui sarà articolato il mondo di domani, corporazioni dotate di potere politico ed economico al cui interno saranno inseriti gruppi di cittadini accomunati dagli stessi interessi. Secondo il professore, il mondo sarà costituito da una società pluricentrica, ove le associazioni territoriali e categoriali vedranno riconosciuto giuridicamente il loro peso politico non diversamente da quanto avveniva nel medioevo. Di qui l'appello a riscoprire i sistemi politici anteriori allo stato, a riscoprire quel variegato mosaico medievale costituito dai diritti dei ceti, delle corporazioni e, in particolar modo, delle libere città germaniche.

Il professore studiò a fondo gli antichi sistemi federali esistiti tra il medioevo e l'età moderna: le repubbliche urbane dell'Europa germanica tra il XII e il XIII secolo, gli ordinamenti elvetici d'antico regime, la repubblica delle province unite e, da ultimo, gli Stati Uniti tra il 1776 e il 1787. Ai suoi occhi, il punto di forza risiedeva precisamente nel ruolo che quei poteri pubblici avevano saputo riconoscere alla società nelle sue articolazioni corporative e territoriali. Miglio dedicò i suoi ultimi anni allo studio approfondito di questi temi, progettando di scrivere un volume intitolato l'Europa degli Stati contro l'Europa delle città. Purtroppo il libro è rimasto incompiuto per la morte del professore.

 

 

La Repubblica delle Sette Province Unite (in olandese Republiek der Zeven Verenigde Provincien) fu una Repubblica che sorse fra il 1581 ed il 1795 nei territori che oggi costituiscono i Paesi Bassi. Essa è nota anche come Repubblica delle Sette Province Unite dei Paesi Bassi (Republiek der Zeven Verenigde Nederlanden) o semplicemente come Province Unite.

Storia

 Le origini

Fino alla fine del XV secolo l'area dei Paesi Bassi (termine con cui all'epoca si indicavano anche il Belgio ed il Lussemburgo) consisteva di vari ducati, contee e vescovati indipendenti, spesso (ma non sempre) facenti formalmente parte del Sacro Romano Impero.

Per via di una serie di manovre dinastiche, guerre o trattati, all'inizio del XVI secolo tutti questi piccoli Stati (noti come le Diciassette province) finirono nelle mani dell'imperatore Carlo V, della famiglia degli Asburgo, che nel 1556 li lasciò in eredità al figlio Filippo II, re di Spagna.

La lotta per l'indipendenza

Gli sforzi centralizzatori di Filippo II (che miravano ad eliminare le tradizionali autonomie delle varie città), uniti alla forte tassazione ed al suo appoggio alla persecuzione dei protestanti da parte della Chiesa Cattolica portarono nel 1568 ad una rivolta, che fu l'inizio della cosiddetta Guerra degli Ottant'anni. Alle perpetrate angherie di Filippo II rispose l'unione delle Provincie settentrionali e meridionali dei Paesi Bassi con la Pacificazione di Gand (o Unione di Gand). Questa fu la prima ed ultima storica unione tra le due parti del paese (che in realtà era sommariamente diviso in tre: a nord le Sette Provincie, al centro le terre Generali, tra le cui città vi era Gand, e a sud i paesi bassi spagnoli, gli attuali Belgio e Lussemburgo), e fu il "gioiello di Guglielmo d'Orange". Gioiello che però tradì le aspettative delle parti che lo componevano a causa principalmente di dissidi religiosi nel suo interno: le province del nord abbracciavano il calvinismo, moderato e intransigente, mentre quelle del sud erano in prevalenza cattoliche. A seguito del reciproco vietarsi di professare le rispettive religioni l'Unione di Gand si scisse in due altre Unioni: quella di Utrecht a nord e quella di Arras a sud. Da ora in poi, quindi, le due Unioni combattevano lo stesso nemico ma separatamente. Inizialmente le Province Unite, guidate da Guglielmo I di Orange cercarono di scegliersi un sovrano, ma due esperimenti falliti con il duca Francesco d'Angiò (1581-1583) e con il Conte di Leicester (1585) convinsero le Province a diventare ufficialmente una Repubblica (1588), per quanto la famiglia degli Orange-Nassau vi giocasse un ruolo preminente.

La Guerra degli Ottant'anni[1] terminò con la Pace di Westfalia del 1648, con cui la Spagna riconobbe la Repubblica, e furono definiti i confini con i cosiddetti Paesi Bassi spagnoli (all'incirca coincidenti con l'attuale Belgio).

Espansione e declino delle Province Unite

Il XVII secolo è noto come il "secolo d'oro" (gouden eeuw) della storia dei Paesi Bassi, che nonostante la lotta per l'indipendenza contro la Spagna furono capaci di iniziare una forte espansione coloniale e commerciale (ad es. in India, in Indonesia e nelle Americhe). Tuttavia questa rapida espansione fu fermata da una serie di guerre sfortunate contro l'Inghilterra ed i suoi alleati, e nel XVIII secolo la supremazia commerciale e marittima olandese declinò rapidamente.

La Repubblica delle Provincie Unite durò tuttavia fino al 1795, quando le forze rivoluzionarie francesi invasero il paese e proclamarono la cosiddetta Repubblica Batava; dopo circa 20 anni di dominio francese, nel 1813 i Paesi Bassi riacquistarono l'indipendenza, trasformandosi tuttavia in una monarchia sotto la stessa casa di Orange da cui provenivano buona parte degli stadhouder dell'epoca repubblicana. Il nuovo stato creato ebbe la funzione di stato cuscinetto a nord della Francia.

Politica

La Repubblica consisteva di sette province "ufficiali" (Olanda, Zelanda (Paesi Bassi), Utrecht, Gheldria, Overijssel, Frisia, e Groninga), della provincia "minore" della Drenthe e dei cosiddetti "territori della generalità" (circa corrispondenti alle attuali province del Limburgo e del Brabante Settentrionale). Le sette province principali avevano ciascuna un proprio governo, costituito da un'assemblea elettiva (gli Stati Provinciali) con a capo il gran pensionario, che si occupava di materia economica e da uno stadhouder (reggente) che in caso di guerra assumeva il comando delle province e godeva di privilegi simili a quelli di un sovrano.

Esse erano formalmente indipendenti l'una dall'altra, ma inviavano rappresentanti ai cosiddetti Stati Generali, che avevano sede all'Aia e che provvedevano a governare i territori della generalità (ma non la Drenthe, che sotto questo aspetto era autonoma) ed alla politica estera e di difesa della Repubblica.

In teoria, gli stadhouder erano diversi in ciascuna provincia ed erano eletti dagli Stati Provinciali; tuttavia generalmente essi venivano scelti all'interno di pochissime famiglie nobili, in primo luogo gli Orange-Nassau. Inoltre lo stadhouder di Olanda diventava automaticamente il reggente anche di Utrecht e della Zelanda, e spesso (a cominciare già da Guglielmo I) anche le altre province nominavano la stessa persona come stadhouder.

Nel 1747 fu deciso di nominare un unico stadhouder per tutta la Repubblica e di rendere ereditaria la carica; con questa riforma le Province Unite si trasformarono in pratica in una monarchia costituzionale, per quanto continuassero a proclamarsi una repubblica. Quest'ultima decisione fu uno dei numerosi episodi della lunga lotta fra i sostenitori degli stadhouder (generalmente noti come Orangisti) ed i cosiddetti "patrioti", che si opponevano alla strisciante trasformazione in monarchia dello stato olandese.


lunedì, 09 aprile 2007

L'interno del PRI, nonostante le dimensioni del partito, ha dentro di se diverse anime. Alcune confluiscono verso posizioni che guardano alla cultura Riformista, Laburista e SocialDemocratica, alcune invece guardano alla cultura Liberale, Popolare, NazionalDemocratica. Altre si limitano ad una versione ortodossa del Repubblicanesimo. Con questo è facile comprendere le scissioni avvenute nel passato, o le posizioni che, a seconda dell'orientamento  delle linee di partito, si prendono nel panorama delle alleanze politiche. In passato il PRI è stato alleato della coalizione di centrosinistra, scelta che ha portato a diverse scissioni, così come le scissioni si sono verificate dopo il suo passaggio alla coalizione di centrodestra. Dopo il congresso di del Marzo 2007, la linea del suo leader Nucara, sembra definita ad unorientamento indipendentista seppur relazionato in qualche modo con gli alleati del centrodestra. Prova ne sia l'intervento di Silvio Berlusconi al congresso, dove ha raccolto applausi incessanti.

 

La mia linea personale, nonostante il mio accettare la linea democratica interna, è quella di un Repubblicanesimo Internazionale, dove i principi di Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo, di Adam Smith e John Locke, padri di ideologie Reppubblicane i primi e Liberaliste i secondi, possano trovare riscontro reale e alternativo ai principi dell'Internazionale Liberale, che non scioglie il nodo dell'istituzione "Monarchia".

Inoltre le mie posizione, che non pretendono affatto di essere quelle giuste, o le uniche giuste, ma nemmeno quelle sbagliate o le uniche sbagliate, sono quelle di una realtà internazionale dove i principi multietnici e multiculturali possano trovare forma e riscontro in stati di proporzioni provinciali, indipendenti e autonomi, che si possano legare ad altri, in nome di principi a loro cari, con l apossibilità di tornare indietro quando lo ritengano giusto. Un mondo fatto di micronazioni, microcomunità, che siano libere in qualsiasi momento di allearsi con chi ritengono giusto, formando confederazioni e federazioni, che non siano mai definitive nella loro storia.

In politica interna le mie posizioni sono istituzionalmente Repubblicane e Liberali, ma assolutamente in senso Minarchico, ovvero con la tendenza dello stato ad occuparsi il meno possibile degli affari privati dei liberi cittadini e del popolo sovrano. Idee che in Ayn Rand, Robert Nozick, Milton Friedman, Bruno Leoni, Ludwig von Mises,  Friedrich Hayek,  Benjamin Constant, Herbert Spencerr, Leonard Read, James M. Buchanan,  Bill Maher, John Hospers, George Reisman,  Murray Rothbard, Antonio Martino hanno trovato enorme prova di fattibilità.


sabato, 17 marzo 2007

Il Partito Repubblicano Italiano

All'interno del panorama politico italiano, le posizione di centro sono ocupate dalla cultura liberalista, repubblicanista, riformista. Alcuni possono indicare i partiti cattolici quali naturali esponenti delle posizioni centriste. Il che non è proprio valido. Per anni i partiti cattolici sono stati dei semplici partiti conservatori e popolari da collocare giustamente in posizioni di centro destra.

Il partito a cui si rifà La Repubblica Liberale è certamente il Partito Repubblicano Italiano.

 

Il Partito Repubblicano Italiano (PRI) è il più antico partito politico italiano ed è l'unico ad aver sempre mantenuto immutati nome, simbolo e basi ideologiche fondanti (come riconosciuto anche dall'appartenenza al partito europeo ELDR dalla fondazione e precedentemete all'ELD-LDE, sempre dalla fondazione fino alla trasformazione di questo in ELDR). Il primo congresso si svolse a a Bologna il 12 Aprile 1895.

Attualmente aderisce alla coalizione del centrodestra italiano, denominata Casa delle Libertà in stretto rapporto, per ragioni prettamente elettorali, con il movimento politico di Forza Italia.  Il suo segretario nazionale è Francesco Nucara.


martedì, 30 gennaio 2007

Partito politico

 

Un partito politico è un'associazione tra le persone accomunate da una medesima finalità politica ovevro da una comune visione su questioni fondamentali della gestione dello stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. L'attivita del partito politico nello spazio della vita pubblica e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per "ambito prevalente" quello elettorale.

 


scritto da: johnvargasmill alle ore 16:22 | link | commenti
categorie:

La politica secondo Wikipedia.

La politica

 

 

Secondo un'antica definizione scolastica, la politica è l'Arte di governare le società. Il termine, di derivazione greca (da polis "πολις", città), si applica tanto alla attività di coloro che si trovano a governare (per scelta popolare in democrazia, o per altre ragioni in altri sistemi), quanto al confronto ideale finalizzato all'accesso all'attività di governo o di opposizione.

Volendo tentare una definizione potremmo dire che la politica è quell'attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo - da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere - è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali. Altre definizioni, che si basano su aspetti peculiari della politica, sono state date da numerosi teorici: per Max Webr la politica non è che aspirazione al potere e monopolio legittimo dell'uso della forza; per David Easton essa è la allocazione di valori imperativi (cioè di decisioni) nell'ambito di una comunità; per Giovanni Sartori la politica è la sfera delle decisioni collettive sovrane.

Storia

Età classica

In Grecia erano note tre forme di governo e le relative degenerazioni (la suddivisione appartiene ad Aristotele):

  • Politeia - simile alla democrazia del linguaggio attuale (la sua corruzione:Democrazia - nel linguaggio corrente demagogia): il governo in cui a comandare è la massa.
  • Aristocrazia (Oligarchia): Dal greco Aristoi (i migliori) si intende il governo dei più adatti a governare in contrapposizione alla sua corruzione Oligarchia (Da Oligoi pochi) ovvero il governo di alcuni, non necessariamente i migliori. Il termine aristocrazia è passato a indicare il ceto dei nobili anziché la forma di governo.
  • Monarchia (Tirannide): da Monos (solo) indica il governo di un sol uomo. Il termine Tiranno indicava colui che si impossessava illegalmente del potere. Nell'antica grecia non aveva il significato spregiativo attuale ma indicava solamente l'"illegalita" del potere.

Da notare che nel mondo ellenico era conosciuta anche la Diarchia ovvero il governo di due uomini come accadeva a Sparta.

 Età moderna

Nel 1500 il termine politica viene rivisto anche da Machiavelli che con il suo trattato Il principe, la analizza e ne identifica una nuova definizione distinguendo da un'etica civile, un'etica diversa, concependo quindi un'etica dello stato come attore superiore all'uomo. Crea quindi il termine "Ragion di stato" che manterrà sempre ben separato dal termine politica la cui accezione per Machiavelli rimarrà in assoluto positiva, (la frase "il fine giustifica i mezzi" è stata attribuita falsamente al Machiavelli). Machiavelli intendeva dare alla politica un'autonomia che il Clero dell'epoca non era disposto a concedere. Verrà censurato dai suoi contemporanei e criticato in tutta Europa per le sue dichiarazioni. Stessa sorte toccherà un secolo dopo a Thomas Hobbes che pur avendo riconosciuto la migliore forma di governo nel Sovrano assoluto considerava la sua funzione derivante non dalla volontà divina (come stabiliva la tradizione) ma da un patto originario tra uomini liberi. Al contrario di Hobbes, John Locke non solo non vedeva nell'attribuzione al sovrano di tutti i poteri la soluzione alla conflittualità della società ma anzi formulò l'idea che il sovrano doveva rispettare i diritti fondamentali come la proprietà privata. Fondamentale è nella storia del pensiero politico l'opera di Montesquieu "L'ésprit des lois" (Lo spirito delle leggi) dove viene formulata la distinzione dei poteri come principio base per evitare la tirannide.

Età contemporanea

Nell'Ottocento Karl Marx formulò la dottrina del materialismo storico:la storia dei sistemi sociali e istituzionali è determinata da una struttura che deriva la sua "forma" dai rapporti economici in essere. L'economia rappresenta la base della società, che viene ad essere modellata e influenzata dai rapporti economici (la struttura), la quale, proprio perché alla base dell`organizzazione sociale, concorre in maniera basilare a determinarne i vari assetti sociali, culturali ed ideologici (sovrastuttura). Marx sottolineò che tuttavia il rapporto non è da considerarsi in maniera semplicemente deterministica.

Nel Novecento, l'arte della politica è diventata anche laboratorio pratico delle teorie politiche. Si sono sviluppati, infatti, una moltitudine di sistemi diversi di gestire la cosa pubblica. Accanto alle monarchie di inizio secolo si svilupparono le prime democrazie borghesi, e contemporaneamente i primi esperimenti di applicazione pratica del socialismo, la maggior parte dei quali sfociati in sistemi oppressivi. Nella prima metà del secolo a queste forme si affiancarono i totalitarismi ed autoritarismi di destra, derivanti dalla crisi delle fragili democrazie.

Negli ultimi anni la politica è andata via via trasformandosi, includendo come soggetto la cosiddetta società civile, fatta di movimenti di opinione che cercano di sottrarla all'astrazione in cui è stata sempre confinata: la politica si fa globale e nella coscienza di molti si delinea come stato in costante divenire delle relazioni sociali ed economiche.


lunedì, 29 gennaio 2007

Descrizione generale delle aree ideologiche.

Area fascista.

Il fascismo fu un movimento politico che sorse in Italia alla fine della prima guerra mondiale, che nacque in parte come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 e alle forti lotte sindacali, operaie e bracciantili, culminate nel Biennio Rosso, in parte in polemica con la società liberale, popolare e sociale uscita lacerata dall'esperienza della guerra. Il nome deriva dalla parola fascio (lat.: fascis) e fa riferimento ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo di unione. L'ascia presente nel fascio simboleggiava il loro potere, in particolare il loro potere giurisdizionale. L'ideologia fascista odierna, fa riferimento, in tutto il mondo, al fascismo italiano guidato da Benito Mussolini, un ideologia che mescola elementi socialisti, nazionalisti, tradizionalisti, militaristi, imperialisti, populisti, con una versione centralista e autoritaria del potere statale e un economia di stampo apertamente statalista e pubblico si lega a un economia corporativa, a un economia agricola,  e a un economia industriale pesante.

 

Area nazionalista.

Si può parlare di nazionalismo per le dottrine ed i movimenti che sostengono l'affermazione, l'esaltazione ed il potenziamento della nazione intesa come collettività omogenea, ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi, del patrimonio culturale e spirituale nazionale, sebbene questa definizione non sia univoca. Tramontato dopo la tragedia delle due guerre mondiali il nazionalismo classico nato nell' Europa dell'800 è andato crescendo un nazionalismo in forme nuove che, sotto la copertura delle più varie spinte ideologiche, è stato la culla della "via cinese" all'autonomia, del non allineamento, e delle lotte al  coloniamismo nel terzo mondo. Terminata la decolonizzazione dissolta l'URSS e tramontata la minaccia della guerra fredda, il nazionalismo politico nei paesi islamici è stato in parte rimpiazzato dal fondamentalismo religioso, mentre in altre parti del pianeta come in Africa ed in medio Oriente, le rivendicazioni nazionalistiche si sono tradotte in vere e proprie guerre su base etnica. L'avanzare spesso invasivo della globalizzazione in special modo economica ha prodotto una reazione che ha ridotto il nazionalismo ad etnicismo.

 

Area nazionaldemocratica.

La nazionaldemocrazia è l'area che pone al suo interno i movimenti e i partiti che fanno capo ad un nazionalismo più moderato e democratico, che non pone limiti o riserve all'opera del parlamento, ma anzi ne condivide e ne esalta le caratteristiche. Assieme al comunismo e al capitalismo, nel panorama successivo alla seconda guerra mondiale vanno aggiunti i movimenti nazionalistici democratici che hanno cercato di prendere le distanze dai macro schieramenti mondiali americani e sovietici. L'area nazionademocratica è conosciuta in occidente anche come conservatorismo, posizione politica similare al tradizionalismo dell'area nazionaldemocratica, secondo la quale è necessario preservare un determinato stato politico, sociale, religioso, rifacendosi in certe occasioni a sistemi del passato. Il termine "conservatore" di solito connota i partiti della "destra politica". È alquanto difficile tuttavia dare una precisa definizione del conservatorismo o della nazionaldemocrazia. Molti partiti assumono espressamente il nome di "Partito Conservatore" o "Partito Nazionalista". Sono, di solito, partiti che pongono l'accento sul senso del patriottismo, della fede, della famiglia, dell'ordine sociale. Sono partiti tanto liberalii, quanto sociali. Nella maggior parte dei casi sono favorevoli al libero mercatoo, ma a volte "conservatori" sono anche partiti che accentuano il ruolo di controllo dello Stato nell'economia. I contenuti culturali circa le questioni etiche (aborto, omosessualità, droghe, etc.) sono molto condizionati dalla confessione religiosa prevalente praticata nello Stato dove è presente il singolo partito. I conservatori non sono necessariamente favorevoli all' "immobilismo sociale"; si dichiarano più che altro fautori di una progresso graduale che accompagni la società senza sconvolgerne le caratteristiche ed i parametri di riferimento. Il principale partito conservatore italiano è Alleanza Nazionale, che acceta il sistema democratico parlamentare a livello istituzionale e che nel nome stesso si rifà a un idea di alleanze nazionaliste e democratiche all'intenro del partito.

 

Area popolare.

In Italia il "cristianesimo-democratico" venne agli inizi del nuovo secolo declinato nell’accezione "popolare". Il popolarismo è una dottrina politica enunciata da don Luigi Sturzo come un'alternativa tra il socialismo e il liberalismo e, successivamente, in aperta opposizione al fascismo. Ebbe un accento fortemente democratico. I "Popolari" erano favorevoli al libero mercato, anti-burocratici ed anti-statalisti, ma molto attenti alle questioni sociali e sensibili alle tematiche etiche care al mondo "cattolico". L'area popolare può essere considerata l'area occupata quindi dalle ideologie cristiane democratiche e cristiane popolari.    Il cristianesimo democratico è un termine che, in senso lato, può riferirsi all'impegno politico democratico da parte dei cristiani e, in un senso più ristretto e di più comune uso, si riferisce ad un movimento e ad un'ideologia politica dai tratti molto variegati e popolarmente diffusi. L'espressione "democrazia cristiana", nata in ambiente cattolico ed europeo, con la sua diffusione mondiale ha finito per rappresentare movimenti politici con connotazioni valoriali spesso diverse. A livello internazionale negli anni '70 del XX secolo è stata istituita l'Internazionale Democristiana(IDC), che, in origine, raccoglieva partiti democristiani propriamente detti. Con il tempo l'IDC ha raccolto anche partiti conservatori, liberal-conservatori e centristi, spesso privi di particolari riferimenti religiosi, tanto che agli inizi del XXI secolo è stata ribattezzata Internazionale dei Democratici e Centristi.

 

Area liberale.

I termini liberalismo e liberale vengono usati sia nel linguaggio comune che nella teoria politica con significati diversi. Qui ci occupiamo esclusivamente del liberalismo come dottrina politica. Nel linguaggio comune liberalismo può essere usato come sinonimo di magnanimità e larghezza di vedute. La parola deriva dal francese libéral. A poco a poco verso l'inizio del XIX secolo liberale cominciò a divenire equivalente di "favorevole al riconoscimento delle libertà individuali e politiche". La prima citazione in lingua inglese con questo significato risale al 1801. In senso moderno si ritiene che il termine liberalismo sia stato usato per la prima volta nel 1812 in Spagna nel parlamento regionale (Cortes) di Cadice. Le radici del liberalismo sono tuttavia molto più antiche. Possono essere trovate nelle dottrine giusnaturalistiche di John Locke, nelle teorie dei filosofi scozzesi David Hume (Edimburgo, 1711-1776) e Adam Smith  (1723–1790) e nell'illumismo  francese. Storicamente il liberalismo nasce come ideale che si affianca all'azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell'aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo. L'esito di questo scontro tra le due classi porta alla costituzione dello stato liberale. Il liberalismo è, probabilmente, insieme alla democrazia, al repubblicanesimo e al socialismo, la dottrina che ha più influenzato la concezione moderna dello Stato e del suo rapporto con la società. Si può dire che abbia contribuito a definire quasi tutte le altre dottrine socio-politiche: si parla infatti di liberaldemocrazia in modo generico per indicare una moderna democrazia liberale, ma si parla anche di liberaldemocrazia in modo specifico per indicare la frangia più progressista del movimento liberale, ancora si parla di socialismo liberale (o liberalsocialismo, di cattolicesimo liberale e perfino di anarchismo liberale. Proprio per questo però, definire l'identità del liberalismo in quanto tale è difficile, anche se esistono pensatori che si definiscono liberali senza altre accezioni anche ai nostri giorni.
A proposito del liberalismo come concepito dai suoi fondatori, che ha invece un'identità piuttosto chiara, parleremo di liberalismo classico.

 

Area repubblicana.

Il repubblicanesimo è l'ideologia di una nazione governata col sistema politico della Repubblica. Secondo la definizione generale, una repubblica è uno Stato o un Paese in cui la sovranità risiede nelle mani del popolo. Per certi versi, la repubblica è intesa come antitesi della monarchia: si riferisce, altresì, a un sistema politico che ha un codice di leggi che protegge la libertà individuale dalle forze della tirannia con rappresentanze elettive che governano seguendo la legalità. Il repubblicanesimo, pertanto, si riferisce contemporaneamente al sostegno di un tale tipo di governo (repubblicano) e all'ideologia correlata. Il termine si associa anche alle ideologie dei diversi partiti politici che utilizzano il nome di "Partito Repubblicano". Alcuni di essi sono proprio fondati sull'anti-monarchismo; nonostante portino il medesimo nome, i vari partiti repubblicani diffusi per il mondo hanno obiettivi e punti di vista abbastanza differenti, inseriti ciascuno nel proprio contesto.

 

Area riformatrice.

Il riformismo è una metodologia da applicare alle iniziative politiche, con l'intento di favorire un'evoluzione degli ordinamenti politici e sociali mediante la teorizzazione e l'attuazione di riforme. Per decenni il termine riformismo era considerato sinonimo di socialdemocrazia, oggi invece si sono fatte spazio all'interno del pensiero riformista anche altre culture quali per es. il cristianesimo sociale o il pensiero liberal-democratico. Tuttavia anche oggi all'interno del riformismo è considerato egemone il filone culturale socialdemocratico. Nel corso della metà degli anni '80, si può dire che i socialdemocratici riformisti abbiano prevalso sui più radicali comunisti, nella lunga battaglia all'interno della sinistra europea. A questo punto essere riformisti ha significato più che altro proporre riforme graduali, di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher i quali si sono proposti come sostenitori delle riforme più radicali, tanto che, di fatto, essi sono conservatori solo nei valori, ma non certo nelle politiche pratiche. Se questo, ha inizialmente arroccato la sinistra riformista in difesa dello stato sociale contro quella che veniva definita una controriforma, ben presto questa, spinta da leader innovatori e centristi come Tony Blair e Gerhard Schröder, ha sposato l'assunto secondo cui se si vuole conservare lo stato sociale lo si deve riformare più o meno gradualmente. In base a questi assunti, l'essere "riformisti" ha preso nuova linfa nel nuovo dibattito interno alla sinistra, a parti rovesciate, tanto che i radicali di oggi chiedono sempre riforme radicali, ma più che altro si pongono a difesa incondizionata dello stato sociale, che i riformisti credono di dover riformare. In questo senso il termine "riformista" continua ad avere senso all'interno della sinistra, meno che mai nel confronto tra destra e sinistra, visto che, spesso, i conservatori e i liberali spingono per più riforme radicali, nel senso opposto da quelle proposte dalla sinistra radicale. Alcuni propongono perciò di usare il termine "riformatore" per la destra e quello "riformista" per la sinistra, laddove la prima è più radicale e la seconda più moderata e graduale, in vista della conservazione dello stato sociale. In questo senso i liberali porgressisti e i cristiano-sociali vengono definiti "riformisti" perché sostenitori di riforme più graduali dei loro colleghi liberali e democristiani, tanto da portare i primi a forti convergenze con la socialdemocrazia, come è accaduto in Italia (DL alleata con i DS), Irlanda (Fine Gael alleata con i Laburisti e Francia (convergenze tra UDF e PS), per fare solo tre esempi. Anzi addirittura in Italia, già nel 1998 iniziò la costruzione di un movimento politico volto ad unificare i tre principali filoni del riformismo di centro del Paese (socialdemocrazia, liberaldemocrazia, cristianesimo sociale): nacque così il movimento politico de i Democratici. Sempre sull'onda dell'unifcazione del riformismo centrista, tra il 2001 ed il 2001, si è proceduto ad accorpare i Democratici con Rinnovamento Italiano (partito politico socialdemocratico-liberale) e PPI (ciò che rimaneva della storica Democrazia Cristiana) nel più ampio partito Democrazia è Libertà - La Margherita, dove appunto si fondono saldamente in un unico soggetto politico riformista e centrista il petalo della socialdemocrazia, della liberaldemocrazia e della tradizione cattolico-popolare.

 

Area laburista.

L'area laburista si pone tra l'area riformatrice e l'area socialdemocratica, e prevede una società che acceta il capitalismo senza metterne in discussione le basi, ma propone riforme all'interno di esso. A differenza dell'area socialdemocratica si pone in una situazione meno vigorosa nei confronti delle statalizazioni e dell'uso di leggi di carattere socialista o socialdemocratico. In sostanza è un area socialdemocratica più moderata, legata all'ocidente ma comunque attenta agli interessi del ceto operaio. Un tipico esempio di partito di area laburista è il partito laburista inglese.

 

 

Area socialdemocratica.

Il socialismo democratico è un largo movimento politico e culturale che in origine si proponeva di diffondere gli ideali del socialismo nel contesto di un sistema democratico. Nella maggior parte dei casi oggi i suoi aderenti promuovono gli ideali del socialismo come un processo evolutivo che accetta il capitalismo ma si propone di migliorarlo attraverso una legislazione sociale varata in un contesto di democrazia parlamentare: questa tesi, propugnata dai fautori del socialismo liberale e quindi della moderna socialdemocrazia. Oggi, pertanto, socialismo democratico e socialdemocrazia sono termini usati - di fatto - quali sinonimi della stessa posizione ideologica e politica. La socialdemocrazia vera e propria intende quindi un area moderata, riformista, che non mette mai indiscussione il sistema capitalista ed al contempo è aperta al confronto con le altre culture riformiste, nonchè a politiche "liberalizzatrici". La socialdemocrazia intende, ancora, un sistema parlamentare democratico, di ispirazione socialista, che mira a riforme sociali e progressiste, che non intendono però avviare la società capitalista e parlamentare verso un sistema socialista, ma semplicemente a riformare la società capitalista tendenzialmente verso un capitalismo più sociale e umano, dove l'intervento statale è comunque sempre lecito sia in ambito economico che politico, in collaborazione con l'intervento privato. Si definisce quindi socialdemocrazia quell'insieme di movimenti socialisti che accettano il concetto di economia di mercato, di proprietà privata ed il muoversi all'interno delle istituzioni liberali. La socialdemocrazia si pone tra il socialismo marxista ed il riformismo borghese. Essa infatti, in un primo tempo, pur ponendosi in prospettiva critica nei confronti del capitalismo, non ritenne ancora tempo per una sua totale abolizione. Il ruolo che si assicurarono i partiti socialdemocratici nei decenni tra il XIX e XX secolo fu quello di lottare sia contro il riformismo borghese, che avrebbe portato la classe operaia a legarsi troppo al sistema capitalistico, che contro l'avventurismo rivoluzionario marxista, che avrebbe portato a scontrarsi con le strutture ancora solide del sistema. La socialdemocrazia non tende a farsi garante della sopravvivenza del sistema, ma vuole lavorare al suo interno per portare uno spirito di rinnovamento e di trasformazione costante. Le evoluzioni successive portano la socialdemocrazia a farsi portatrice del compromesso tra il riformismo liberale dei borghesi ed i principi più importanti della dottrina socialista riformista: durante gli anni tra i due conflitti mondiali, con la proposizione di due modelli forti come quello sovietico e quello fascista, i socialdemocratici rappresentarono l'alternativa democratica e riformista. Socialdemocrazia e comunismo giunsero spesso allo scontro frontale, in cui i socialdemocratici vennero trattati da "socialtraditori" o "socialfascisti", per ritrovare successivamente un progetto comune contro il regime fascista e nazista. Nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia riassume in occidente un ruolo importante tra le forze politiche dominanti nonché il naturale approdo per tutti i socialisti riformisti ed i democratici progressisti, essa fu inoltre capace di proporre significative trasformazioni, come la nazionalizzazione di alcuni settori produttivi, l'instaurazione di un'economia mista e il raggiungimento di forme di sicurezza sociale per i lavoratori. Le socialdemocrazie contemporanee sono partiti politici che hanno abbandonato l'idea della divisione della società in classi contrapposte e ogni progetto di stampo ottocentesco; del vecchio modello rimane solo la prospettiva internazionalista che ribadisce il principio di un'azione comune tra tutte le forze socialiste, socialdemocratiche o genericamente riformiste dei singoli Paesi, nel rispetto delle diverse storie nazionali, delle diverse situazioni economiche e della pluralità delle tradizioni culturali ed ideologiche. In molti casi inoltre, anche significative componenti del mondo cattolico-sociale e riformista hanno trovato nella socialdemocrazia un ottimo approdo.

 

Area socialista.

Il socialismo comprende nel suo complesso i movimenti e le dottrine che tendono ad un trasformazione della società capace di realizzare l'uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico e sociale, oltre che giuridico. Originariamente tutte le dottrine e movimenti di matrice socialista miravano a realizzare detti obiettivi attraverso il superamento delle classi sociali e la soppressione, totale o parziale, della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio; con la rivoluzione bolscevica (1917) e la costituzione della Terza internazionale (1919) l'ala rivoluzionaria del socialismo si distaccò organizzandosi nei partiti comunisti, mentre i partiti socialisti, ormai orientati in senso riformista ed inseriti nei sistemi democratico - borghesi dei diversi paesi, per lo più presero gradualmente le distanze dal marxismo e recuperarono le istanze liberali dell'utopismo socialista pre-marxista. Dal punto di vista storico il socialismo è una corrente di pensiero legata ai movimenti politici che a partire dal XIX secolo lottarono per modificare la vita sociale ed economica delle classi meno abbienti ed in particolare del proletariato. Il movimento operaio da cui scaturì il socialismo pose per la prima volta il problema della giustizia sociale e dell'uguaglianza economica al centro dell'agenda politica. Trasformò radicalmente le forme della politica organizzandosi in partiti di massa e cercando di coordinare la propria attività politica a livello internazionale. Il socialismo si oppone inizialmente al liberalismo classico, che postula il liberismo in economia, chiedendo invece la nazionalizzazione o la socializzazione di tutte o parte delle attività economiche e dei mezzi di produzione. Contesta l'idea delle neutralità delle istituzioni statali rispetto alla lotta di classe e si batte per un mutamento del ruolo dello Stato o, addirittura, nella versione avanzata da Karl Marx e ripresa dall'anarchismo, per la sua eliminazione.Sul piano internazionale il movimento socialista nasce come un movimento pacifista e favorevole all'autodeterminazione dei popoli, contrapponendosi al nazionalismo e all'imperialismo. Nella prassi tuttavia molti partiti socialisti o correnti di essi finiscono per abbandonare il pacifismo e l'internazionalismo, appoggiando le imprese belliche dei loro paesi con motivazioni patriottiche. Questo voltafaccia provoca in molti paesi polemiche e scissioni. Partiti e movimenti estremamente diversi fra loro si sono definiti socialisti: molti di essi sopravvivono ancora oggi e formano una delle più importanti correnti politiche in Europa, nonché la principale componente della sinistra europea. Il movimento socialista conosce numerosissime scissioni, accuse reciproche di aver tradito gli ideali originari, etc. etc. La scissione più importante è probabilmente quella verificatasi all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre, che vede una larga fetta della sinistra dei partiti socialisti staccarsi e scegliere la denominazione comunista, già utilizzata in passato da alcuni teorici socialisti come Karl Marx. L' area socialista copre in definitiva tutti i partiti europei e occidentali, che attraverso l'uso provisorio del parlamento e della democrazia intendono portare, col tempo, e dopo un iniziale periodo riformista, la società parlamentare democratica, liberale e capitalista verso una società socialista sul modello elaborato da Marx.

 

Area comunista.

 Il comunismo è una consociazione umana che pone a fondamento del suo essere l'eguaglianza dei suoi membri e il superamento della divisione in classi sociali e della proprietà privata dei mezzi di produzione. Il termine "comunismo" viene usato anche per indicare i movimenti politici che perseguono questa finalità e che, di conseguenza, postulano la necessità di un evento rivoluzionario in grado di determinare l'inizio di un processo politico-sociale che porti al comunismo.In questa accezione, il termine è oggi riferito a Karl Marx, Friedrich Engels e altri teorici moderni del comunismo, che affermano la realizzabilità di tale programma ("Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principi ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la storia finora trascorsa e specialmente i suoi attuali risultati reali nei paesi civili", ed ancora: "il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente" Karl Marx). Prima di Marx, le linee generali del concetto di "comunismo" inteso come proprietà collettiva dei beni sono state teorizzate da altri pensatori, filosofi e politici, che spesso però hanno descritto una società (in qualche misura) comunista come utopica o ideale. Il movimento comunista contemporaneo (definito come socialismo scientifico dagli stessi Marx ed Engels) pone questo ideale come obiettivo realizzabile, sulla base di un'analisi scientifica della realtà sociale, e lo concepisce come naturale superamento del modello di società e di economia basati sul capitalismo. L'uso del termine comunista cambia (e acquisisce un significato distinto da socialista) quando nel 1917 il partito leninista prende il potere in Russia con la Rivoluzione d'ottobre, la quale successivamente, 1922, porterrà alla fondazione della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Dopo la rivoluzione Lenin propone infatti alle fazioni rivoluzionarie dei socialisti marxisti di espellere la fazione riformista, cambiare il nome dei loro partiti in Partito Comunista e unirsi in una nuova Terza Internazionale, 1919, che poi diventa l' Internazionale Comunista, abbreviato in seguito in Comintern. La nuova Internazionale si ispira al modello sovietico, accetta, implicitamente, la leadership del Partito Comunista Panrusso (Bolscevichi) e adotta la versione bolscevica del marxismo. Ogni partito che voleva aderire doveva accettare le "Ventuno Condizioni" decise dal secondo congresso dell'Internazionale, fra le quali la dodicesima che indicava che i partiti aderenti dovevano basarsi sul principio del centralismo democratico, che prevedeva la possibilità di ampio dibattito interno ma che impediva l'espressione all'esterno di questo dibattito ed una organizzazione di tipo centralizzata con vasti poteri al centro.Nel pensiero di Lenin, come nel marxismo classico, il primo passo della presa del potere da parte del proletariato consisteva in una rivoluzione: il dominio borghese doveva essere sostituito dal dominio del proletariato (nel pensiero marxista classico questa fase viene chiamata dittatura del proletariato). Lenin però, che aveva ripreso e ampliato la teoria di Hobson sull'imperialismo, a differenza di Marx che credeva che la rivoluzione sarebbe avvenuta nei paesi in cui il capitalismo era più avanzato, ipotizzò che la rivoluzione potesse avvenire prima nelle nazioni arretrate, come la Russia zarista, che erano più fragili perché subivano contemporaneamente sia le sollecitazioni interne del cambiamento sociale sia la pressione concorrente degli stati confinanti, economicamente e socialmente più moderni. Lenin, più che puntare sul movimento di massa, contava sull'opera di un'avanguardia proletaria composta di partiti coesi, bene organizzati e retti da una rigida disciplina. Questa versione del marxismo è detta leninismo. La maggior parte dei socialisti rivoluzionari accettarono dopo qualche perplessità la proposta. Non mancarono però gli accesi critici di Lenin, come Rosa Luxemburg che intravide l'involuzione dittatoriale che la Rivoluzione d'Ottobre stava prendendo sotto la direzione del partito bolscevico. L'area comunista raccoglie dentro di se, tutti i partiti che intendono realizzare attraverso la rivoluzione comunista, con mezzi anche violenti e non pacifici, una società che supera totalmente il capitalismo, una società socialista, dove proprietà privata, libertà individuale, e denaro, sono abboliti e superati per sempre.

 

 

 


sabato, 27 maggio 2006

Le undici aree ideologiche.

Esiste la possibilità di identificare e quindi riassumere in undici grandi famiglie il pensiero ideologico del mondo occidentale. Prendo in considerazione lo spazio della democrazia rappresentativa, scartando quindi quello edificato sull' esperienza del socialismo reale e della democrazia popolare che tanto vigore ha avuto nel secolo scorso nel continente asiatico e nell'est europeo, lo spazio delle aree mediorientali e quello delle feroci ditature militari, antidemocratiche e antiliberali, di destra e sinistra, laiche o religiose, nere e rosse, che in nome di varie ideologie che vanno dal nazionalismo al comunismo, hanno umiliato la dignità umana.

Ernesto Galli, nel suo "Storia dei partiti politici europei" citava cinque grandi aree, ovvero quella del "radicalismo di destra", quella "liberale", l'area "cristiana", il gruppo "soclialista" e la realtà della tradizione "comunista". Ognuna di queste aree ha dato una profonda base ideologica alla formazione di tutti i partiti occidentali che hanno reso possibile la democrazia rappresentativa, ovvero la delegazione del potere, del dovere e del diritto dei cittadini di una nazione, o di una federazione di paesi, a dei rapresentanti che ne manifestano il potere esecutivo e leggislativo.

A mio avviso le aree, ben decodificate e magistralmente definite da Ernesto Galli, possono essere  ricondotte, sopratutto a distanza di quindici anni circa dalla pubblicazione del saggio citato, e sopratutto in seguito all'evoluzione culturale e politica che in tutto il mondo ha preso piede, a undici aree che definisco, "fascista", "nazionalista", "nazionaldemocratica", "popolare", "liberale", "repubblicana", "riformatrice", "laburista", "socialdemocratica", "socialista", "comunista",

Sono queste le aree a qui si ispirano la maggior parte dei partiti occidentali. E prenderò in considerazione, partendo dal generale tutti i particolari di queste grandi famiglie, soffermandosi più distintamente nell'area più centrale del panorama ideologico, ovvero soffermandomi nell'area che acceta il parlamento  e la democrazia rapresentativa come beni costituzionali.

 

 


il quotidiano delle repubbliche liberali occidentali

Chi sono

Blogger: johnvargasmill
Nome: JohnVargasMill

Commenti recenti

statominimo in Una delle mie linee ...

Archivio

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte